Strumenti ed umidità

Nella vita del cembalaro fa regolarmente capolino la figura di qualche musicista disperato che supplica di fare una perizia e possibilmente “aggiustare” la tavola armonica del cembalo di qualche altro costruttore. Le spiegazioni addotte per il “disastro” sono molteplici: materiali scadenti, artigiani incompetenti, colle inadeguate, modelli storici travisati e quant’altro.

Voglio subito cominciare col dire che intanto una tavola armonica con qualche piccola crepa, per fortuna non è “rotta”. Essa può continuare a svolgere la sua funzione per molti anni senza alcun problema, nonostante sembri irrimediabilmente perduta. Sistemarla, cambiarla o lasciarla com’è, è una scelta che va fatta caso per caso.
Come seconda cosa voglio dire chiaramente che nei casi da me esaminati, le suddette motivazioni hanno qualche fondamento in circa la metà dei casi, ma nell’altra metà la causa è da ricercare altrove. I miracoli purtroppo non sono di questo mondo, ma i problemi sì; e va detto chiaramente che anche usando i materiali giusti, lavorando coscienziosamente, con colle e modelli appropriati, può capitare che una tavola armonica ad un certo punto si crepi.

Detto per inciso, ad oggi (aprile 2021) nessuno degli strumenti che hanno lasciato il mio laboratorio si sono ancora crepati: finora gli accorgimenti che ho usato sono stati sufficienti. Ma non mi faccio illusioni: è solo una questione di tempo prima che anch’io riceva un Email da qualche gentile cliente, dove mi scriverà che il suo bellissimo cembalo, che aveva sistemato con tanto amore nell’angolino vicino al termosifone per dilettarcisi al calduccio, ha stranamente sviluppato alcune fessure nella tavola. E so anche che quando gli spiegherò che è fondamentalmente colpa sua, ci sarà una buona possibilità che cominci a maledire me e gli esponenti femminili della mia stirpe.

Voglio dunque scrivere quest’articolo in anticipo perché i miei clienti ed i musicisti coscienziosi ne possano fare tesoro, sperando che possa servire a sfatare qualche luogo comune ed evitare quante più Email disperate possibili.
Mi piace pensare ai miei clienti come a persone intelligenti e curiose; per questo invece che dare loro solo qualche regola a prova di idiota (non inserire il tuo strumento nel microonde; non suonarlo mentre fai la doccia…), preferisco dare il quadro completo, spiegando come funziona il materiale di cui sono fatti gli strumenti, rendendoli di fatto autonomi e responsabili.
“Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”.

Il lavoro di costruzione di uno strumento comincia con il taglio di un albero. Al di là delle bucoliche riflessioni sul fatto un essere vivente silenzioso abbia dato vita ad un oggetto sonoro inanimato (“Viva fui in sylvis/ Sum dira excissa securi / Dum vixi tacui / Mortua dulce cano”), occorre sapere che il legno è un materiale poroso ed igroscopico, che scambia continuamente molecole d’acqua con l’aria che lo circonda e che questo processo non si arresterà mai.
Al momento del taglio circa la metà o più del peso del fusto è costituito da acqua ed esso continuerà a perderne finché avrà raggiunto una situazione di equilibrio con l’ambiente circostante.
Durante la prima parte del processo, finché il legno conterrà ancora un 30% di umidità non ci saranno variazioni nel volume del tronco. Invece sotto questa soglia comincia il ritiro.
Un legno da fresco ad essiccato perde circa il 10-20% del proprio volume. Quello che è peggio è che lo fa in maniera diversa a seconda della direzione delle fibre: questo origina inevitabilmente delle spaccature nei tronchi interi e per evitarle li si taglia prima della stagionatura.
Nel senso della lunghezza il legno non modifica apprezzabilmente le proprie dimensioni durante l’essiccazione e per fini pratici essa può essere considerata fissa.
Nel senso radiale, ovvero dal centro verso l’esterno attraverso gli anelli di accrescimento, il legno si ritira circa del 3-6%  seconda della specie legnosa.
Nel senso tangenziale, invece ovvero lungo uno stesso anello, il legno si ritira circa del 6-12%, dunque circa del doppio.
Per questo motivo, salvo rare eccezioni, per le tavole armoniche si usa legno tagliato nel senso radiale che è molto più stabile.

Una volta che il legno sia stato essiccato al punto che il suo contenuto di acqua è in equilibrio con l’aria (per gli strumenti questo significa con l’aria in casa, non all’esterno!), lo si può cominciare a lavorare. Purtroppo questo però non significa che il legno ha raggiunto le sue dimensioni definitive, ma solo una situazione di equilibrio con l’umidità ambientale. Ogni qual volta questa aumenterà, il legno tenderà a gonfiarsi e ogni qual volta questa diminuirà, esso tenderà a ritirarsi. Punto.
Questa è la legge fondamentale ed immutabile a cui deve adeguarsi ogni artigiano del legno ed in base alla quale sono state sviluppate le migliori tecniche costruttive per creare manufatti stabili e durevoli. Chi agisce in base a questo principio avrà buoni risultati; chi non lo fa, certamente avrà molte brutte sorprese.

Purtroppo questo processo di espansione e contrazione è sufficientemente lento perché sia invisibile ad occhio nudo, per cui molti finiscono per accorgersene solo quando qualcosa è andato storto. Le forze che si creano all’interno del materiale, sono difficili da immaginare, ma tali che i Romani nelle cave di marmo usavano cunei di legno, che poi provvedevano a bagnare per spaccare le lastre: per questo durante la costruzione è fondamentale usare la fibratura corretta per ogni singolo pezzo.
Siccome è anche difficile farsi un’idea anche dell’entità del movimento, ho costruito una specie di igrometro davvero molto “analogico” per renderlo visibile a tutti. Questo semplice strumento è costituito da una lunga struttura fissa verticale su cui è inchiodata, a mo’ di linguetta, una striscia di tavola armonica. Questa ha le fibre disposte nel senso orizzontale con gli anelli di accrescimento perpendicolari alla struttura fissa e l’estremità che punta verso il basso libera di muoversi.
La striscia misura esattamente 1000mm quando l’umidità (relativa) dell’aria è del 50%, che è un il valore normale per la mia zona durane la maggior parte dell’anno. Quando l’umidità a fine inverno scende al 30%, la striscia misura solamente 997mm; durante i temporali estivi, quando l’umidità supera l’80%, essa arriva a misurare anche 1006mm.
Questa in sostanza è la croce dei cembalari! Se infatti quella striscia di tavola armonica fosse incollata ad entrambe le estremità, come avviene in uno strumento vero, incollandola a 1000mm, una volta scesa a 997 recupererebbe il ritiro spaccandosi, mentre salendo a 1006, l’allungamento lo recupererebbe creando una pancia al centro. La variazione in un ambiente non riscaldato è di quasi un centimetro e potrebbe salire ulteriormente in casa. Per questo un cembalaro non può fare miracoli: può solo scegliere un range di umidità ottimale in base alle sue previsioni e sperare che chi custodisce lo strumento non lo esponga a condizioni estreme. Nonostante tutti gli accorgimenti che un buon artigiano può prendere, non esistono soluzioni che funzionino in qualsiasi condizione ed è perciò richiesta la collaborazione attiva del proprietario per mantenere lo strumento al meglio.

Compreso come si comporta il legno con l’umidità, resta da chiarire a livello elementare come si comporta l’altro elemento fondamentale: l’aria che lo circonda. Essa in natura, sopra i -40 °C contiene sempre una certa quantità di vapore acqueo; a differenza di quanto si possa pensare, però, non è importante saperne la quantità effettiva (g/mc), perché la capacità di assorbire umidità varia a seconda dalla temperatura: l’aria fredda cioè può trattenere solo una frazione di quanta ne può trattenere l’aria calda.
Quello che a noi interessa per capirne il comportamento, è quanta umidità l’aria contiene in proporzione a quanto essa ne potrebbe contenere prima di saturarsi:  questo rapporto espresso in percentuale viene chiamato umidità relativa ed è quel che si intende quando si discute di umidità ambientale. Da quanto appena detto emerge un concetto fondamentale di uso davvero molto pratico: quando si riscalda aria fredda, l’umidità relativa scende e l’aria cercherà di reintegrarla sottraendola alle piante di casa, al vostro corpo, ai vostri strumenti e da quant’altro contenga acqua. Quando invece si raffredda aria calda l’umidità relativa sale; quando questa raggiunge il 100% si creerà condensa: è questo il motivo per cui nel frigorifero troverete sempre un po’ d’ acqua.

Quando si parla di umidità ambientale essa convenzionalmente divisa in bassa (sotto il 40%), normale (40-60%) ed alta (oltre il 60%).
Questa classificazione tiene anche conto delle esigenze umane: un’aria troppo secca è causa di disidratazione di pelle, lacrimazione occhi ed irritazione delle vie respiratorie. E’ dunque meglio anche per il vostro benessere evitare di scendere sotto il 30%, situazione piuttosto rara in natura, ma molto frequente col riscaldamento artificiale.
Quando invece l’aria è molto umida, oltre il 70%, proliferano acari, batteri e si può arrivare alla formazione di muffe negli angoli bui e meno ventilati della casa: tutti rischi per la salute. Ne consegue che esistono buone ragioni per tentare di tenere sott’occhio  l’umidità ambientale indipendentemente dagli strumenti musicali.

Ora che i principi generali sono stati chiariti, veniamo a qualche indicazione pratica:

Il primo passo è quello di comperarsi (o costruirsi) un igrometro. Ne esistono di tutti i tipi e prezzi: è il classico investimento di pochi Euro che può farne risparmiare migliaia. L’ideale sarebbe monitorare la situazione durante un anno intero già prima dell’acquisto di uno strumento. In questo modo si potranno dare valide indicazioni al costruttore sul luogo che ospiterà lo strumento.

Se non altrimenti specificato i miei strumenti presuppongono un range di umidità che va dal 30 all’80%. Che significa in pratica? Che se lo strumento verrà esposto per un tempo sufficiente ad umidità sotto la soglia minima, la tavola armonica rischia seriamente di sviluppare crepe nelle zone più deboli. Invece lasciandolo per lungo tempo sopra la soglia massima, esso svilupperà una pancia anomala e si potrebbero presentare piccole noie meccaniche, come saltarelli che non scorrono più nel registro ed altro. Va anche notato che tutta la struttura si modifica impercettibilmente, quindi al di là dei danni veri e propri, ne risentiranno in una certa misura anche l’accordatura e le regolazioni dello strumento. Per questo i cembali gradiscono un luogo in cui le condizioni siano il più stabili possibili. Siccome si tratta spesso di regolazioni che richiedono precisione al decimo di millimetro su un materiale come il legno, non ci si deve stupire se ogni tanto salta fuori qualche piccola noia. Generalmente sono piccolezze che rientrano nella normalità: non occorre fasciarsi la testa, ma tenere la situazione sotto controllo è importante. Inoltre è davvero utile imparare a compiere da sé anche alcune piccoli interventi di regolazione e manutenzione. Anche se il costruttore fosse disponibile ad eseguire per voi questi piccoli interventi ogni qual volta fossero necessari, non sempre è conveniente trasportare lo strumento fino al suo laboratorio.

Parlando di stabilità, va detto che in generale i cembali, almeno a livello teorico, più sono grandi e più sono sensibili ai capricci dell’umidità, perché una tavola larga si muove più di una stretta. Nel caso uno abbia in mente una vita “movimentata” per il proprio strumento, dovrebbe riflettere su questo aspetto. Purtroppo i virginali, nella mia esperienza, nonostante le dimensioni favorevoli, sono spesso poco stabili per via di altre caratteristiche strutturali. I clavicordi invece sono poco sensibili alle variazioni delle condizioni ambientali e risultano di gran lunga i più stabili di tutti; questo diminuisce il rischio di problemi ed azzera quasi la manutenzione.

Le fonti di calore in casa non sono disposte in maniera uniforme e possono dunque creare pericolose zone di bassissima umidità: il termosifone, il caminetto ed altre fonti di calore, per quanto pittoresche, vanno evitate a tutti i costi, se non quando si è assolutamente certi che rimarranno spente.

Anche l’irradiazione diretta di luce solare sulla tavola è da evitare; essa infatti riscalda in pochi minuti la tavola, seccandola. Spesso non ne deriva alcun problema, ma se l’umidità è già bassa, questo può significare una crepa. Il coperchio è sicuramente meno sensibile ed meglio tenerlo chiuso in questi casi, se altro non si può fare.
Ricordate che lo stesso può accadere se lasciate lo strumento per qualche ora in macchina sotto il sole, con conseguenze potenzialmente ancora peggiori. In caso di concerti all’aperto, tenete presente che se non avrete una copertura di qualche tipo, oltre al sole i vostri nemici potrebbe essere una nuvola passeggera o qualche uccello screanzato.

Quando l’umidità ambientale è temporaneamente molto bassa in tutta la casa, occorre trovare una soluzione per tamponare la situazione almeno vicino allo strumento, in attesa che il meteo cambi. La prima mossa è quella di spegnere il riscaldamento in quella stanza chiudendo poi la porta ed il coperchio. Umidificatori, piante, stenditoi con i panni umidi e quan’t altro, possono aiutare a migliorare localmente la situazione.

Le finestre vicino allo strumento sono da tenere sotto controllo; il tempo può cambiare mentre siete fuori casa e d’estate non è raro che un temporale scrosciando sulla finestra semi-aperta possa finire per allagare il davanzale e quanto si trova nelle vicinanze. Alcuni preferiscono bere mentre studiano e può essere di per sé una buona idea per rimanere idratati. Ma per l’amor del cielo, che sia acqua, birra o thè, evitate accuratamente le situazioni in cui il bicchiere possa involontariamente finire col rovesciarsi sullo strumento. Lo stesso vale se lo tenete chiuso e ci appoggiate solo sopra le vostre cose. Evitate di pulire gli strumenti con panni umidi, anche all’esterno.

La cassa dello strumento racchiude al suo interno un certo volume d’aria che ricambia in maniera molto lenta; quindi ci vorrà un certo periodo prima che lo strumento si adegui ad una nuova situazione climatica. Vanno per questo evitati gli sbalzi rapidi verso condizioni estreme: questi creano evidenti scompensi tra le parti più esposte e quelle che subiscono il cambiamento in maniera graduale.
Nel caso di un concerto è opportuno calcolare come minimo un giorno di assestamento nel nuovo ambiente prima che lo strumento sia stabile o si rischia di finire ad ammorbare il pubblico con un cembalo dall’accordatura traballante. Se si è fortunati col meteo, su un buono strumento basterà accordare solo all’inizio delle prove e prima del concerto.

Il coperchio è un valido espediente per mitigare e rallentare i cambiamenti
che possono verificarsi durante il trasporto e quando non viene suonato. Ed in generale è una buona protezione dagli sbalzi, dalla luce (col tempo scurisce la tavola), dalla polvere, dagli insetti e da qualsiasi cosa voglia venire a contatto con la vostra tavola armonica. Se non state suonando, è buona abitudine tenerlo chiuso. In caso di emergenza si può usare la sua stessa custodia o un lenzuolo.

Esistono in commercio degli umidificatori di tutte le forme e prezzi. Valutate, controllando con l’igrometro, se possa valerne la pena acquistarne uno. Il mio consiglio generale è che se abituate in zone temperate, probabilmente non ne avrete bisogno: tenere sott’occhio la situazione ed in caso mettere lo strumento in una stanza non riscaldata è tutto ciò che vi occorre. Se invece sapete che vi troverete di fronte a situazioni climatiche estreme, allora l’investimento potrebbe essere giustificato e risparmiarvi qualche brutta sorpresa.

In conclusione volevo dire che, probabilmente, leggendo queste istruzioni che descrivono una lunga serie di situazioni problematiche, si è portati a pensare che mantenere un cembalo sia un’impresa titanica e che il disastro sia sempre dietro l’angolo. In realtà è semmai il contrario, invece: i danni sono un evento eccezionale, verificatisi in condizioni particolari. L’umidità normale durante l’anno è quasi sempre compresa tra il 30% e l’80% e con un po’ di attenzione si possono disinnescare anche tutti gli altri rischi.
Se in fondo siamo abituati a “curare” oggetti fatti in metallo come un’auto o una moto e nessuno di noi si aspetta che ignorando manutenzione ordinaria e spie di servizio esse possano durare nel tempo, perché dovremo aspettarci che gli strumenti non richiedano invece alcuna attenzione? In fondo un igrometro vicino allo strumento è tutto ciò che basta per garantirsi anni di puro diletto.